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Socialismo radicale annegato nel Metzcal
Il compagno Giolitti
post pubblicato in Kosmos, il 9 febbraio 2010
Scusate l’introduzione personale in questo ricordo di Antonio Giolitti, ma fu uno dei tre uomini della mia disperazione di giovane studente liberale. I miei compagni di sinistra, con la cattiveria ancora quasi infantile dell’età, ci canzonavano così: «Siete rimasti solo voi a fare i liberali, aggiornatevi, i figli dei vostri Grandi stanno tutti con noi, nel partito comunista». Tre soprattutto: il nipote di Giovanni Giolitti, Antonio, il figlio di Giovanni Amendola, Giorgio, e il figlio di Luigi Einaudi, Giulio. Per non dire la moglie di Gobetti, Ada. Com’era possibile che il sangue dei liberali si fosse così guastato? Andammo avanti per un decennio, dall’assemblea costituente del ’46, di cui Antonio Giolitti, spentosi ieri a quasi 95 anni, era fra gli ultimi rappresentanti in vita, alla rivoluzione ungherese del 1956, quando proprio Giolitti fu il nome di più alto grado tra i tanti che lasciarono il partito di Togliatti, per approdi più occidentali. Togliatti aveva detto bene anni prima, quando gli obbiettarono che nella direzione del Pci aveva voluto soltanto il Regno di Sardegna (piemontesi, liguri, sardi: tre generazioni, dal nume Gramsci ai viventi, Togliatti, Longo, Negarville, Pajetta, e poi Natta, e poi Berlinguer), perché solo loro in Italia e qualche meridionale d’alta scuola (Giovanni-Giorgio Amendola?) hanno il “senso dello Stato”: che è cosa più rigida e sacerdotale del “senso della nazione”, come ci sta spiegando in questo giorni Lucio Villari, ricostruendo l’avventura del Risorgimento in Libera e bella: la differenza tra Cavour e Garibaldi.
Giolitti approdò al partito socialista di Nenni e di Lombardi, dal quale undici anni prima se n’era andato Saragat che non condivideva l’unità d’azione col Pci. E, pur devoto a Lombardi, del quale fu il numero due come capo del centro studi, vide da subito la via della collaborazione di centrosinistra che s’andava preparando: dall’incontro di Nenni con Saragat a Pralognan dopo dodici anni di antagonismo, ai convegni degli “amici del Mondo” (liberali di sinistra che avevano rotto con Malagodi e trovato solidarietà crociane e postcrociane, einaudiane, azioniste, socialiste) per uscire “in continuità storica” dal centrismo. Lombardi quell’uscita la voleva in discontinuità, e quando fu decisa la nazionalizzazione elettrica la salutò come «bastone fra le ruote dell’economia capitalistica».
L’espressione spiacque a Giolitti, che nei governi postcentristi sdegnati da Lombardi entrò come ministro del bilancio: proprio il ministero-chiave (programmatorio, pensatoio della politica economica, con la squadra di Giorgio Ruffolo e altri), che Luigi Einaudi aveva creato nel 1947, quando con De Gasperi aveva dato vita al centro ed escluso Pci e Psi dalla stanza dei bottoni. Ormai, cortina di ferro e piano Marshall avevano rotto l’unità antifascista della resistenza e della costituente.
Proprio dal Bilancio, Giolitti potè formare con Ugo La Malfa e col sempre “piovorno” Lombardi (definizione affibbiatagli da Montanelli, presa da Miramare di Carducci) il trimotore della programmazione, affianco a democristiani d’alto valore e coscienza: da Vanoni a Saraceno fino al giovane Andreatta. Anche se non mancarono errori. Uno dei maggiori ce lo ricorda Nerio Nesi, interlocutore di Lombardi e Giolitti per tutta la vita, e allora responsabile della divisione elettronica della Olivetti: che fu venduta agli stranieri per il rifiuto del governo italiano di entrare nella sua struttura finanziaria. Oggi produrremmo noi quei milioni di cellulari che acquistiamo dalla Finlandia e da altri paesi dell’ avanguardia tecnologica.
Antonio Giolitti, l’“intellettuale illuminista” di cui parla Cafagna nel commento al suo gran bel libro Lettere a Marta, non fu presidente della repubblica per il veto del Pci. Al suo posto fu eletto Pertini.
Quattro anni fa, Giorgio Napolitano si recò nell’appartamento romano del novantenne Giolitti, per riconoscergli che mezzo secolo prima, sui fatti d’Ungheria, era stato lui a veder bene. In quell’ appartamento, salvo vacanze estive nella villetta piemontese che la provincia di Cuneo aveva regalata al nonno pei servigi resi allo Stato (non erano ricchi, i grandi liberali, a differenza degli omuncoli d’oggi), in quell’appartamento Antonio Giolitti viveva dal 1992 in silenzio, dopo l’esperienza europea e dopo essere tornato nel Pci, non riuscendo a convivere nel Psi di Craxi. «Fu uomo di sinistra – ha detto ieri Bersani – tra i primi a vedere tragedie ed errori del socialismo reale, mantenendo un rigore morale e un’onestà intellettuale che mancheranno a noi e al paese».

 Federico Orlando


[Europa, 9 Febbraio 2010]


Cattiverie
post pubblicato in Kosmos, il 6 novembre 2009
L’industriale Calearo lascia il Pd.
Per il partito di Bersani è la prima cosa di sinistra


[il Fatto Quotidiano, 6 Novembre 2009]

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permalink | inviato da CAOSeKOSMOS il 6/11/2009 alle 14:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Berlusconi 3 il governo antitaliano
post pubblicato in Kosmos, il 22 ottobre 2009
Alberto Asor Rosa ha rotto il silenzio degli intellettuali sulla crisi italiana nell’“evo berlusconiano”, della quale sono diventati così «attori non innocenti». Sotto l’incalzare delle domande di Simonetta Fiori, di Repubblica, l’italianista che fu tra i protagonisti della cultura negli anni della prima repubblica, dà vita con le sue risposte a un’intervista che si legge d’un fiato, Il grande silenzio, edita da Laterza (p.180, euro 12). Nei passi sul confronto berlusconismo-fascismo Asor Rosa descrive Berlusconi come figlio dell’incapacità dei partiti di salvare lo stato liberaldemocratico, e l’evo berlusconiano peggiore del fascismo o che prova in ogni modo a diventarlo.
Ce ne sono tutte le condizioni, a cominciare dalla mancanza di senso della nazione nell’identità del cavaliere: che si limita a tacciare di antitaliani i suoi critici, come Mussolini gli antifascisti, una volta arrivato al tramonto.
Ma la cultura fascista, pur distorcendola, voleva ricollegarsi alla storia della nazione. Quella berlusconiana non ha collegamenti storici, ma soltanto un “eterno presente”: il presente degli interessi del capo del governo e dell’homo novus da lui plasmato.
Non c’è rapporto tra quest’Italia e la tradizione italiana. Il governo Berlusconi 3 ha dissolto il senso comune dell’unità. Per garantirsi l’eterno presente, ha collocato nel punto più delicato dell’esecutivo, il ministero delle riforme, «un signore il quale si batte fieramente per la frammentazione dell’unità politica-economica-istituzionale e identitaria del paese».
La «fenomenologia dell’antitalianità » viene così inglobata dal berlusconismo.
Mussolini cercò di mettere nel suo pantheon Mazzini e Garibaldi, di presentarsi come il rinnovatore della tradizione italiana che secondo lui i liberali e poi i socialisti avevano svuotato. Berlusconi della tradizione italiana se ne frega, come Bossi della bandiera. Dal Risorgimento alla Resistenza tutto gli è estraneo. Nessuno rilevò che nell’autobiografia Una storia italiana, distribuita in milioni di copie nella campagna elettorale del 2001, Berlusconi racconta che quando suo padre, militare, colto dall’armistizio dell’8 settembre, riparò in Svizzera: «Fece la scelta giusta – scrive –, salvò la sua vita e salvò l’avvenire di tutti noi». Se tutti avessero fatto la scelta del babbo – chiosa Asor Rosa – «tantissime famiglie italiane avrebbero potuto pensare tranquillamente al loro futuro, non importa se sotto il tallone tedesco o imbellamente liberate ». Questo è il nuovo vangelo: tutto interessi e niente radici. E l’Italia vi appare – come scriveva Croce del regno di Napoli – «finita in idea».

 Federico Orlando


[Europa, 22 Ottobre 2009]
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